Microbiota e le sue alterazioni!

Oggi ti porto nel mondo: quello fatto di racconti di pazienti,  grandi trasformazioni, spesso infatti si arriva a punti in cui il fastidio e il disagio diventano ingovernabili e in cui si arriva al primo consulto con affermazioni come:

“Mi gonfio sempre”, “L’intestino non va”, “Nessuno mi capisce”

Ecco le frasi più frequenti che sento al mio studio. Frasi che non passano inosservate: sono segnali, messaggi che il corpo manda quando l’armonia interna è compromessa. 

Ma per ascoltarli davvero, bisogna capire cosa c’è dietro: il microbiota.

Non si tratta solo di “Batteri?”, ma di un ecosistema in cui convivono batteri, funghi, virus e archeobatteri, tutti con compiti precisi e delicati. Esistono diversi squilibri interni – IBS, disbiosi, SIBO, fermentazioni eccessive, putrefazioni proteiche, SIFO – e sì, tutti diversi, spesso confusi tra loro. Ma dopo questo articolo, vedrai: sarà tutto più chiaro.

Come è cambiato il microbiota nel tempo

Ti racconto una cosa: nel corso dei secoli, il microbiota si è evoluto insieme all’uomo.

  • Prima c’era la natura integrale: si consumavano cibi crudi o appena cotti, varietà vegetali selvatiche, più prodotti carnei e fermentazioni tradizionali.
  • Poi l’agricoltura ha favorito stabilità alimentare e consumo regolare di vegetali e la stabilità ha preso il sopravvento sul nomadismo.
 

• Poi l’industrializzazione: frigo, antibiotici, conservanti, alimenti ultra-trasformati hanno ridotto la biodiversità intestinale.

Questo cambiamento ha allontanato molti dei nostri “alleati” microbici naturali, ma soprattutto ha lasciato un’enorme lacuna sulla varietà dei nostri ceppi.

Una delle domanda che potrebbe sporgere spontanea è:

“Ma il microbiota sta meglio quando ha un’alta varietà di specie o quando ne ha poche?”

E la risposta, per quanto possa sembrare sfuggente, è una sola: dipende.

Sì, perché se è vero che una maggiore diversità microbica è generalmente correlata a uno stato di salute migliore, è altrettanto vero che non tutte le specie batteriche portano tanti benefici, specialmente se presenti in quantità eccessive o squilibrate.

Come sempre, nel corpo umano è questione di equilibrio dinamico, non di numeri assoluti.

Cosa ci dicono gli studi sulle popolazioni indigene?

Grazie alle nuove tecniche di sequenziamento e analisi del microbioma, oggi possiamo confrontare diverse popolazioni umane nel mondo.
E ciò che emerge è affascinante: le popolazioni indigene più isolate, come gli Hazda in Africa o alcuni gruppi amazzonici, mostrano una varietà batterica nettamente superiore rispetto agli individui dei paesi industrializzati.

Ma c’è di più:
Appena queste comunità iniziano ad adottare uno stile di vita “occidentale”, con alimenti ultra-processati, riduzione delle fibre, conservanti e minor contatto con la natura, la loro biodiversità intestinale crolla in tempi sorprendentemente brevi.
Non si tratta solo di cambiare dieta: si tratta di modificare radicalmente il proprio ecosistema interno.

È come se il microbiota stesso si “civilizzasse”, perdendo quella varietà ancestrale che lo rendeva adattabile, protettivo e metabolico.

Un salto indietro nel tempo: i cacciatori-raccoglitori

Torniamo ora agli albori. Nell’epoca pre-agricola, i nostri antenati vivevano di raccolta, caccia e… incertezza alimentare.
Il cibo non era sempre disponibile. E il corpo, per sopravvivere, doveva ottimizzare ogni caloria.

Ecco che il microbiota di allora si specializzava nell’estrarre il massimo dell’energia anche da risorse minime, fermentando ogni fibra, recuperando ogni micronutriente, senza generare scarti.

Un esempio pratico?
Un individuo con quel tipo di microbiota oggi, vivendo però in un

contesto di eccesso calorico e sedentarietà, potrebbe sviluppare una maggiore predisposizione all’obesità o al diabete.
Il microbiota non è cambiato, è il contesto ad essere diventato “disfunzionale”.

 

Ecco perché gli stessi microrganismi che un tempo ci salvavano la vita, oggi la potrebbero complicare e non poco.

Abbiamo detto che una buona biodiversità intestinale è un fattore di salute.
Ma attenzione: non tutti i microrganismi sono sempre “buoni”.

Quando aumentano in modo sproporzionato, anche ceppi normalmente benefici possono diventare problematici.
Un esempio? Alcuni batteri produttori di idrogeno o di scarti putrefattivi (come la p-cresolo) possono alterare l’ambiente intestinale se presenti in quantità esagerata, generando gonfiori, fermentazioni nocive o infiammazioni silenti.

Il nostro microbiota è una fotografia in movimento della nostra storia evolutiva, ambientale e alimentare.
Quello che era utile ieri, può essere un ostacolo oggi.
E ciò che oggi sembra “infiammare”, in un altro corpo o in un altro contesto, può essere perfettamente tollerato.

Quindi sì:

  • Più varietà microbica = generalmente meglio, ma…
  • La qualità conta tanto quanto la quantità.
  • Il contesto alimentare e ambientale è il vero regista di ciò che accade nel nostro intestino.

    Dietro queste frasi si nascondono mondi complessi. Per capire cosa realmente accade, dobbiamo partire dalla base: le caratteristiche che distinguono un microbiota in salute:

    1. Una biodiversità elevata, ossia la presenza di tanti ceppi differenti.

    2. Un equilibrio tra specie utili (benefiche per noi) e altre “meno equilibrate”.

    È per questo che il microbiota viene spesso diviso in “positivi” e “negativi”. In modo semplice:

  • I buoni: Bifidobatteri, Lactobacilli
  • I cattivi: Enterococcus faecalis, Clostridium difficile

    Quindi sì, anche i “cattivi” devono esserci, ma in una quantità contenuta. Quando questo equilibrio esiste e si mantiene, possiamo dire di trovarci in eubiosi

I 5 phyla principali

Nel nostro intestino convivono principalmente cinque gruppi batterici:

Firmicutes, Bacteroidetes, Actinobacteria, Proteobacteria e Verrucomicrobia.

E sapevi che la pelle ha i suoi?
Il più noto è Propionibacterium acnes, seguito da Staphylococcus aureus, responsabili non solo dell’acne ma anche di infiammazioni allergiche in individui predisposti[1].

A livello intestinale possiamo trovare:

  • Un eccesso di Bacteroidetes e Firmicutes è stato associato a maggiore estrazione energetica e, talvolta, predisposizione a obesità e diabete; alcune specie producono butirrato anche da “avanzi” alimentari.
  • Un consumo elevato di carne e grassi favorisce batteri resistenti alla bile (es. Alistipes, Bilophila), riducendo i Firmicutes necessari per fermentare vegetali.

    Un esempio pratico?

    Quando un paziente sostituisce tre pasti da carne con legumi e verdure, in poche settimane si modifica radicalmente il suo profilo microbico: meno Bilophila, più Bifidobatteri, con conseguente riduzione del gonfiore addominale.

    Ma quando il microbiota si altera

    Sono molte le manifestazioni intestinali – gonfiore, diarrea, stipsi – derivano da infiammazione e disbiosi, ma non dipendono esclusivamente dal cibo. Paradossalmente, molti pazienti ricorrono subito a integratori, senza considerare la vera causa: la composizione del microbiota che si regola con una buona educazione alimentare e fattori esterni quali stress e fumo e molti altri.

    Infatti gli effetti di una dieta squilibrata

    Con alti consumi di grassi, zuccheri e cibi ultra-processati favoriscono la disbiosi. Questi alimenti abbassano la produzione di proteine che mantengono attaccate le cellule tra di loro formando la corretta barrierira intestinale, alterandosi lasciano degli spazi che rendono la mucosa permeabile portando a dei piccoli passaggi che fanno fluire dall’intestino al resto del sangue prodotti che non dovrebbero circolare come i lipopolisaccaridi. Tutto questo è aumentato e peggiorato dalle alte concentrazioni di acidi biliari (per troppi grassi) che altera ulteriormente la barriera intestinale aumentandone sempre la sua permeabilità; alte concentrazioni di grassi(secondo diversi studi) dichiara che aumenta i ceppi di firmicutes e riduzione dei Bacterioides(che abbiamo visto essere – un quadro che studi associano a obesità e T2 diabetes[3].

    IBS – Sindrome dell’Intestino Irritabile

• È un disturbo funzionale dell’intestino (ora parte dei DGBI – disordini asse intestino-cervello) caratterizzato da dolore addominale ricorrente e alterazioni dell’alvo (stipsi o diarrea) .

  • Spesso emerge dopo un’infezione o sotto stress. Modifiche alimentari sono importanti quanto imparare a gestire stress e ritmo di vita.
  • Nei test, IBS e disbiosi spesso coesistono, ma non sono sinonimi: l’IBS può presentarsi anche senza alterazioni evidenti del microbiota .

    Disbiosi intestinale

  • Come abbiamo già visto indica un’alterazione dei microrganismi, con eccesso di quelli dannosi e/o carenza di quelli benefici .
  • Può manifestarsi come:
    • Disbiosi fermentativa: eccessiva fermentazione dei carboidrati, con produzione di gas, gonfiore, meteorismo, specialmente dopo pasti ricchi di fiber o FODMAP .
    • Disbiosi putrefattiva: a causa di elevato consumo di proteine, genera metaboliti putrefattivi (ammoniaca, fenoli) che irritano l’intestino .
    • Disbiosi fungina (SIFO): sovracrescita di funghi (es. Candida) associata a consumo eccessivo di zuccheri o antibiotici .
    • SIBO – Small Intestinal Bacterial Overgrowth                                       È una forma specifica di disbiosi: eccessiva proliferazione batterica nell’intestino tenue .               Sintomi tipici: gonfiore, flatulenza, dolore addominale, diarrea o stipsi. Spesso correlata a IBS, con prevalenza dal 14% al 40% nelle persone con IBS .                     La diagnosi deve essere fatta da un medico con analisi specifiche.
  • Forse l’ultima non l’hai mai sentita come acronimo ma non per questo meno importante

    SIFO – Small Intestinal Fungal Overgrowth

  • Simile alla SIBO, ma causata da eccesso di funghi, prevalentemente Candida .
  • Spesso associata a SIBO, soprattutto dopo cicli di antibiotici o in contesti di immunosoppressione.
 
 
  • È responsabile di gonfiore, bruciore, talvolta malassorbimento.
  • La differenziazione SIBO/SIFO è cruciale per definire terapia mirata: batteri o funghi? A volte insieme.

    Dopo questa piccola introduzione come hai potuto notare le alterazioni del microbiota non sono tutte uguali. Farsi diagnosticare una di queste porta a strategie dietetiche differenti infatti, sia che si tratti di IBS, disbiosi, SIBO, SIFO o disbiosi fermentativa/putrefattiva è essenziale per impostare un intervento preciso e personalizzato.

    Nel mio lavoro quotidiano, la chiave è l’ascolto: diagnosi medica, sintomi, storia clinica, stile di vita; su questo si basano strategie efficaci perchè l’esclusione totale a priori porta quasi sempre a squilibri ulteriori e peggioramento dei Sintomi stessi.

    E ora che conosci i principali squilibri del microbiota, rimani con me. Nel prossimo articolo approfondiremo come la dieta e le abitudini quotidiane plasmano il nostro ecosistema intestinale… e ti guiderò passo passo verso un microbiota equilibrato.

    A presto Giulia

    [1]Arumugam M, Raes J, Pelletier E, Le Paslier D, Yamada T, Mende DR, et al. Enterotypes of the human gut microbiome. Nature. 2011;473:174–180. doi: 10.1038/nature09944.
    
    [4]Malesza IJ, Malesza M, Walkowiak J, Mussin N, Walkowiak D, Aringazina R, et al. High-fat, western-style diet, systemic inflammation, and gut microbiota: a narrative review. Cells. 2021;10:3164. doi: 10.3390/cells10113164.
    [5] Rohr MW, Narasimhulu CA, Rudeski-Rohr TA, Parthasarathy S. Negative effects of a high-fat diet on intestinal permeability: a review. Adv. Nutr. 2020;11:77–91. doi: 10.1093/advances/nmz061 [6]Association between Gut Dysbiosis and the Occurrence of SIBO, LIBO, SIFO and IMO
    Michalina Banaszak 1,2, Ilona Górna 1, Dagmara Woźniak 1,2, Juliusz Przysławski 1, Sławomira Drzymała-Czyż 1,*
    Editor: Markus M Heimesaat
    
    PMCID: PMC10052891 PMID: 36985147
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